mercoledì 20 aprile 2011

il Tartufo Bianco di San Miniato: la sua antica storia e le sue streghe


Esiste un cibo che nel corso dei secoli è stato talmente demonizzato che per qualche tempo fu proibito dalle autorità ecclesiastiche.

Il suo odore e il suo sapore sono stati accostati a quelli del diavolo o delle streghe che lo evocavano. 

Dalla forma simile agli escrementi e dal profumo acuto era il cibo preferito da porci e cinghiali.

Il tartufo può essere amato alla follia o può essere rifiutato con disprezzo  ma non può essere ignorato

Il tartufo richiama subito la piemontese Alba e l’umbra Norcia, ma, un terzo della produzione italiana di questo prezioso tubero, pochi lo immaginano, viene dalla Toscana e in particolare dalla zona di San Miniato.

Come nasca, dove nasca e come si produca è un enigma.

Tutti i tentativi di provare a riportarlo in forma artigianale o industriale sono falliti.
Il tartufo va cercato, annusando il terreno fra i lecci, salici, tigli, pioppi, noccioli e querce.
E non ci sono boschi più ricchi di questa vegetazione di quelli intorno a San Miniato.

Qui si può trovare, oltre alla trifola nera, e al tartufo nero, che sono due specie diverse, anche il superbo “Tuber Magnatum Pico” (con riferimento al grande Pico della Mirandola, che tra un libro e l’altro lo amava oltre ogni misura), più noto come Tartufo Bianco.
Lo stesso che il più grande cuoco dell’umanità, il famoso Apicio di tempi di Traiano, nel “De re coquinaria”, diceva che rendesse il cibo imperiale.

Ma se il faraone Cheope lo amava a tal punto da farselo inserire tra gli arredi funebri immerso nel grasso d’oca e se nell’antica Atene si organizzavano attorno ad esso gare culinarie, nel Medioevo fu invece inserito tra i cibi del Demonio.

E guarda caso, furono in particolare le donne ad essere inquisite, torturate e bruciate qualora
fossero state trovate in possesso di questo tubero.
Vedove e zitelle che non potevano esercitare alcun lavoro ed erano destinate a morire di fame, potevano solo procurarsi cibo andando per i boschi a raccogliere erbe commestibili.
Erano chiamate “Dominae Herbarum” , le signore delle erbe, delle quali alcune volte scoprivano proprietà medicamentose.
E se qualcuna di loro aveva come unica ricchezza un maiale da portare in giro, al vederlo raspare e scavare affannosamente e mangiare con gusto questa leccornia, ci si può immaginare come apparisse irrinunciabile saziarsi di qualcosa che avesse un sapore.

Ed ecco quindi Sant’Agostino d’Ippona infierire e dire che il saziarsi scaccia la castità e aggiungere che la fame è amica della verginità e nemica della lussuria.
La fame, mi dispiace contraddire Sant’Agostino d’Ippona, dottore della chiesa, non è amica di nessuno.
Bastava l’alito che sapesse di tartufo, a volte, alle donne di San Miniato e dintorni, per essere messe a morte.
Magari più che per salvare la loro anima, per impadronirsi del maiale.
La natura lussuriosa del tartufo è confermata più tardi quando ormai l’oscurantismo è passato e il Rinascimento vede il trionfo della carne, solo per i nobili e i ricchi, beninteso.

Il medico Baldassarre Pisanelli, nel suo “Trattato della natura de cibi e del bere” (A.D. 1583) sentenzia che il tartufo aumenta lo sperma e l’appetito del coito.
Il modo in cui è considerato il tartufo può rappresentare la differenza fra il Medioevo e il Rinascimento.
Non si perseguita più la donna che lo coglie, anzi glielo si offre per ottenerne le grazie, come anticipava il Petrarca quando diceva con malizia e doppi sensi, a proposito del tartufo che “dentro dove giammai non sii aggiorna/ gravida fa di sé il terrestre umore”

Offrire un tartufo alla propria donna è come offrirle un brillante, il costo è più o meno simile, se si tratta del bianco (sia del brillante che del tartufo)

Oggi si può andare a San Minaito nella seconda metà di Novembre, dove il nero si può acquistare anche senza fare un mutuo.
E anche a Marzo per la sagra, appunto, del marzuolo, che sta a metà, per prezzo e prelibatezza, tra il bianco e il nero.
Da Giungo a Dicembre si può invece tentare la fortuna andando per i boschi, meglio con un cane addestrato che con un maiale.
Attenzione però alle streghe del luogo quando si coglie il tubero, occorre fare un giretto su se stessi, cos’ dicono i vecchi di quaggiù, e offrirlo a quelle donne o streghe del passato.
Se resta in mano vuol dire che sono già sazie, ma se sparisce, meglio fuggire, potrebbero aver voglia di finire il pasto accompagnando al tartufo qualche pezzo di carne umana
Da “La Toscana misteriosa” di C. A. Martigli


Ma delle streghe parliamo la prossima volta

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